IL
MISTICO DAL CUORE SPALANCATO
Tratto da L'Osservatore romano, domenica 22 aprile 2001,
p.4
Ditemi
voi se non è sorprendente sapere che un giovane pastore
di pecore divenne, nel Seicento, uno scrittore spirituale accanto
a scrittori di prestigio. Parlo di Tommaso Acerbis da Olera
(1563 1631), uno che a diciassette anni entrò tra i frati
Cappuccini di Venezia e ben presto si rivelò "una
grande anima".
Gli scrittori accanto ai quali la storia cappuccina affianca
fra Tommaso (unico non chierico, con i limiti di chi mai lesse
un libro né mal frequentò scuole) sono: p. Giovanni
Pili da Fano, p. Bernardino Ochino da Siena, p. Bernardino Ferraris
da Balvano, p. Mattia Bellintani da Salò e p. Lorenzo
Russo da Brindisi.
È vero, non è un caso isolato. A lui contemporanea
e come lui analfabeta, la storia religiosa ricorda Anna Garcia
(1549-1626), segretaria di s. Teresa d'Avila: una contadina
che, entrata nel monastero come suora di fatica, imparò
a leggere e a scrivere, e in seguito divenne fondatrice del
Carmelo di Francia.
Scrittore per obbedienza
Al suo paese, arrampicato lungo la valle Seriana (Bergamo),
Tommaso si preoccupò di aiutare i genitori che a stento
riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena; invece a
Verona, luogo dell'anno di prova, si preoccupò di conoscere
e amare il Cristo crocifisso con tutto il suo cuore e con tutte
le sue forze.
In seguito, nonostante il suo ufficio fosse umile (frate questuante
e di fatica), cominciò a svolgere un apostolato intenso
tra la gente del Veneto, del Trentino e del Tirolo, così
da diventare un sacerdote senza stola e - a Vicenza,
a Rovereto e ad Hall - un promotore di vocazioni alla vita consacrata.
Nei territori di lingua tedesca e a stretto contatto con i signori
della Casa d'Austria - entrava ed usciva dai palazzi imperiali
così come entrava ed usciva dal suo convento di Innsbruck
- si rivelò ben presto un catechista convincente (fra
la gente) e un padre dello spirito e un consigliere unico (fra
i principi).
Impegnato in diverse attività, Tommaso trovò il
tempo (rubato al sonno) per esporre a molti il suo ricco mondo
interiore. Lo fece attraverso lettere, meditazioni, trattati
spirituali e candide disquisizioni apologetiche. Sempre e solo
perché sollecitato dai più e in stretta obbedienza
ai suoi superiori maggiori.
La quasi totalità dei suoi scritti si trova nel testo
secentesco "Fuoco d'amore / mandato da Christo in terra,
/ per esser acceso: / overo / amorose compositioni / di / fra
Tommaso da Bergamo, / laico capucino ...", Agosta 1682.
Furono riordinati in questo volume dal provinciale del Tirolo,
il trentino p. Giovenale Ruffini.
In esso vi sono due capitoli che parlano espressamente della
passione di Cristo e sette del suo Cuore. Questi ultimi, che
qui c'interessano direttamente, si trovano alle pagine 192-204
dell'originale (Agosta 1682) e alle pagine 221-233 dell'edizione
recente (Padova 1986). In sigla: FdA 192-204/221-233.
Mistico del "cuore aperto"
Nell'intensa vita spirituale di Tommaso, una delle devozioni
dominanti - comune ai Cappuccini del suo tempo (e non solo)
- fu quella riferita a Cristo Crocifisso. L'antica legislazione
la raccomandava a più riprese e con indicazioni puntuali
(vedi le prime Costituzioni Cappuccine del 1536 in sigla:
CC 1536).
Un esempio. "Si impone etiam alli predicatori che non predichino
frasche, né novelle, poesie, istorie o altre varie, superflue,
curiose, inutili, imo perniciose scienze, ma, a esempio di Paulo
apostolo, predichino Cristo crucifisso, nel quale sono tutti
li tesori de la sapienza e scienza di Dio" (CC 1536, cap.
IX).
Un altro esempio. "E perché al nudo e umil Crucifisso
non sono conveniente terse
e fucate parole, ma nude,
pure, semplici, umili, nondimeno divine, infocate e piene di
amore, a esempio di Paulo ... , il quale predicava non in subilimità
di sermone ... , ma in virtù di Spirito» (CC 1536,
cap. IX).
Un altro esempio ancora, e più caratteristico: «Però
si esorta li predicatori a imprimersi Cristo benedetto nel core
e darli di sé possessione pacifica, acciò per
redunanzia di amore lui sia quello che parli in loro, non solo
con le parole, ma molto più con le opere, a esempio di
Paulo, dottore delle genti" (CC 1536, cap. IX).
In Tommaso, però - durante gli anni della sua maturità
spirituale - la devozione al Crocifisso ha uno sbocco particolare.
Segue le orme della grande tradizione francescana e s'immerge
in zone non del tutto esplorate: portando così a maturazione
un frutto singolare e soprattutto esprimendolo con piglio personale.
Scrive cose riguardanti il cuore di Gesù: non già
come simbolo dell'amore (da sempre conosciuto) e meno ancora
come organo da auscultare, cateterizzare e trapiantare (oggetto
di scienza), ma come membro di un corpo tormentato oltre ogni
dire (il cuore di Gesù durante la sua dolorosa vita terrena).
Si rivolge al cuore aperto di Cristo come parte per il tutto,
come "membro posto in mezzo al corpo" del Salvatore,
parla con il cuore di Gesù di Nazareth perché
lì (pensa) "sedeva quella beata anima". Il
suo è il concitato colloquio di una persona innamorata,
che si esprime senza badare alle continue ripetizioni.
Il primo capitolo (cfr FdA 192-4/221-3) si apre con un'invocazione
precisa: "0 sacrato Cuore del mio amabilissimo Signore!
io. rivolgomi a voi, e con esso voi ragionerà lanima
mia, essendo voi, o caro Cuore, il mio ricordo, il mio consolatore".
Seguono le considerazioni "a cascata", prodotte sull'onda
dei ricordi.
E curioso di conoscere almeno un po' della tormentata
vita di quel "affannato Cuore" di Gesù che,
di volta in volta, definisce "sacrato", "caro",
"beato", "divinissimo", "dolcissimo",
"celeste", "santo" e che considera come
"bersaglio" privilegiato dell'umanità di Cristo:
bersaglio del suo corpo e della sua anima.
Invita quindi l'anima a contemplare (cioè: a vedere in
spirito) Gesù, "composto d'amore e di carità",
mentre cammina lungo le strade della Palestina stanco, afflitto,
affamato, assetato; mentre vive i giorni della passione umiliato
dai flagelli, dalle spine, dal chiodi, dalle percosse, dai vilipendi,
dal portar la croce.
Conclude con un'immagine fluviale di grande impatto, passando
dall'umanità di Cristo (patimenti visibili) all'addolorato
Cuore" (patimenti invisibili): "e sì come li
fiumi e torrenti corrono al mare, essendo esso mare il fine,
così tutti li dolori del Signore furono come tanti torrenti
che scorrevano al Cuore".
Nel capitolo seguente (cfr FdA 195/224) invita l'anima devota
ad entrare in quel "Cuore dolce e caro", che fu martire
per trentatré anni: tanti quanti furono gli anni della
vita terrena di Gesù. Assicura che "il nostro Dio
cominciò (il) suo martirio nel ventre di Maria, perché
ebbe il compìto uso della ragione".
Aggiunge inoltre che, «come Dio, vedeva tutte le cose
e tutti i dolori
: se mirava il popolo ebreo
, vedeva
che li doveva dar morte atroce; se mirava glapostoli,
vedeva Giuda che lo doveva vendere e tradire, vedeva Pietro
che lo doveva negare e tutti gli altri che lo dovevano abbandonare.
Altre visioni ancora: "Se si rivolgeva alla gentilità,
vedeva che dovevano star nella sua durezza e perseguitar il
suo santo nome, con dar morte a tanti martiri e vergini; se
rimirava alla cristianità, vedeva che tanto pochi dovevano
salvarsi, dicendo lui stesso che molti seriano li chiamati,
ma pochi eletti".
Che cos'è l'estasi?
Nel terzo capitolo (cfr FdA 196-9/225-8) l'invito si fa personale
ed intimo: "penetrare quel sacrato Petto; vedere come sene
stava quel Cuore". Che così la rassicura: "E
non temere, anima, perché son ferito, impiagato per tuo
amore e il mio cuore è trafitto. Non vedi che lo agonizo,
sudando sangue e acqua?".
Amorosamente insiste: "Ritorna al tuo celeste Padre; e
se sei aggravata, affaticata, viene a me che io ti reficierò:
dandoti da bere di quell'acqua, che io diedi alla Samaritana;
il mio Cuore ti servirà per fiasco, essendo io ripieno
di prezioso vino, il quale per tuo amore se ne sta nella càneva
fresca del mio petto".
L'anima ne dà testimonianza, esultando: "O beata,
o felice càneva, o dolce vino, o beveraggio prezioso!
Beati, felici e ben aventurati quelli che beveranno di questo
celeste fiasco, riposto in quella celeste e divina càneva,
della quale diceva il nostro Dio ...: Chi ha sete venga a me
che lo reficierò".
Di qui l'estasi: "Che cosa è l'estasi, se non una
morte di stupore, di ammirazione? vedendo in Dio tanta carità,
tanto amore verso la creatura tanto ingrata e sconoscente; e
chi potrà mai capir l'amor di Dio? Forsi li più
elevati intelietti? Forsi li più perfetti? ... Lui solo
può capire questo eccesso di carità".
Conclude: "Come non si può contar le stelle del
cielo, l'arena del mare, le piante e erbe della terra, così
non si può raccontar né meno capire con mente
umana né con santità di vita né tutti gli
angeli del cielo, l'amore con il quale Dio amò l'uomo,
creato dalle sue proprie mani, redento con il suo prezioso sangue".
Con il quarto capitolo (cfr FdA 199-200/229-30) ritorna l'invito:
"Anima contemplativa, torniamo al Cuore di N.S. che, essendo
spirata quella beata anima dal quel beato corpo, era rimasto
questo s. Cuore, il quale ancora palpitava entro a quel beato
petto; era rimasta la s. humanità di Cristo, pallida,
smorta".
"E se tu, o peccatore, dato in reprobo senso, non ti vuoi
convertire per il sangue sparso dalle vene del tuo amato Cristo,
almeno convertiti per quel sangue e acqua che sparse dal suo
prezioso Cuore; rimira quel Cuore aperto, nasconditi in esso,
fa in esso tua stanza;... capirà ancora te, anima crudele".
Gli ultimi tre capitoli (cfr FdA 201-4/230-3) legano insieme
alcuni temi della passione di Gesù: la lancia, Maria
addolorata e il "Cuore spalancato". La lancia. "O
lancia empia, atroce! così sei battezzata dai devoti
..., perché, dopo la morte del mio Signore, avesti tanto
ardire di spalancar il petto di tuo Creatore".
"Come arrivasti a quel s. Petto e ti non inteneristi? E
se pur volesti aprirlo, perché trafigger il Cuore? quel
Cuore che non erano degni di rimirarlo gli angeli ...; e non
ti creò forsi questo Dio e tu traffiggi il tuo Creatore?
e se tutte le altre cose insensibili mostrarono pietà,
tu sola, o lancia, fusti tanto crudele".
Maria, l'addolorata madre. "Fu deposto il s. corpo del
Signore dalla Croce e fu dato in grembo della sua diletta Madre"
... "0! chi fusse stato presente a veder quello che passava
tra la Madre e il Figlio! Si poneva la s. Vergine con la faccia
sopra la faccia del caro Figlio; baciava quelli beati membri".
"0 quante lacrime Maria dovette spargere sopra desso Cuore.
0! come lo mirava, baciava, si lamentava e doleva? E tua, anima
mia, vattene a quel Cuore spalancato e contempla il tuo Redentore;
penetra con gl'occhi della mente tua e vedi quel Cuore che per
tuo amore tanto tolerò e sopportò".
Il Cuore trafitto. "E tu anima va ancora tu in spirito
e trova il tuo Dio nelle braccia della Madre; adoralo, contemplalo,
miralo. Contempla che per tuo amore fu così mal trattato;
ma in particolar vattene al Cuor traffitto, spalancato; (...sicuramente
incontrerai) la tua beata Madre sarà sopra esso Cuore".
"0! chi avesse veduto
uscire quel beato sangue ed
acqua, come duoi fiumi; ... uno ..., che era il sangue, ove
poteva e può andare ogni peccatore, sperando la certa
misericordia, e l'altro fiume dell'acqua, alla quale sicuramente
poteva e può andar ogni fedele amico di Dio, sperandone
aumento di virtù".
Un invito a pentirsi: "Tu sopra d'esso fa un longo lamento;
piangi, lava quella ferita con lacrime; fa che penetrino le
tue lacrime entro a quel Cuore e metti le tua labra a quell'apertura,
e grida con cordial affetto a quel Cuore, acciò abbia
pietà di tanti tuoi peccati; prometti d'emendarti, di
darli il tuo cuore".
In occasione della mostra dedicata alla collezione dei Giustiniani
(Vincenzo e Benedetto, cardinale), all'inizio di quest'anno
è arrivata a Roma una tela di un geniale bergamasco:
L'incredulità di Tommaso del Caravaggio. Le teste dei
personaggi sono disposte a rombo perfetto e riproducono un'invisibile
croce.
Gli occhi di tutti sono rivolti in un'unica direzione: il petto
squarciato del Maestro; verso il quale lo stesso Gesù
orienta e sospinge l'indice robusto dell'incredulo Tommaso.
È sottolineato il momento della meraviglia: il sentimento
che fa traghettare i tre apostoli dall'incredulità dichiarata
alla fede convinta.
La luce, che irrompe da sinistra a destra, quasi a riprodurre
il colpo di lancia di un soldato (cfr Gv 19, 34), evidenzia
una larga e profonda ferita. Che, al penetrare del dito, non
oppone resistenza (anche se, vista l'espressione del Maestro,
lo fa soffrire), ma racconta un fatto davvero accaduto: toccare
per credere!
Il pittore Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1571-1610)
e il mistico Tommaso Acerbis, detto il fratello del Tirolo
cosa hanno in comune? Diversi elementi: sono entrambi figli
della terra bergamasca, vissuti a cavallo del Cinque-Seicento,
amanti degli umili, frequentatori d'uomini di Chiesa e di governo...
Ma un fatto li accomuna ancor di più, uno nell'arte del
dipingere e l'altro nell'arte dello scrivere: ed è la
naturalezza nell'esprimere il sentimento della meraviglia, che
tanta parte ebbe nel Seicento letterario ma che, a differenza
di quello, nei due è un raccontare per edificare: attraverso
l'olio su tela e l'inchiostro su carta.
Rodolfo Saltarin, vicepostulatore